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 BASTA ALLA VIOLENZA SULLE DONNE

Moderatori: mirrors, H.Rouge, civetta, glgt, argo, DecimoMeridio
Proposto da Post
civetta
Sun Mar 08 2009 Riporta come citazione
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Iscritto Fri Sep 15 2006
Provenienza: LE STRADE DEL CUORE
post 5528
BASTA ALLA VIOLENZA SULLE DONNE

Non ci fermeranno mai




Civetta (G.Ragni)

Le denunce di decine di ragazze violentate da miliziani arabi e soldati dell’esercito

Miliziano della janjaweedHoudan Mohammad Haroun è una ragazza di 17 anni e non parla né inglese né arabo. Conosce solo il fur, una delle lingue parlate nelle lande aride e semidesertiche del Sudan Occidentale: il Darfur. Se non fosse per il suo interprete di Khartoum, nessuno saprebbe del suo dramma, cominciato quattro mesi fa a Mukjer, il villaggio dove ha sempre vissuto. “Alcuni militari hanno fatto irruzione in casa mia. Indossavano l’uniforme dell’esercito sudanese. Mi hanno presa con la forza e mi hanno portata in un campo assieme ad altre 46 ragazze. Lì siamo state violentate a turno dai soldati. E’ stato orribile, credevo di trovarmi in un incubo. Poi, uno di quegli uomini mi ha presa e mi ha fatto salire su un aereo militare diretto a Khartoum. Una volta laggiù ha raccontato a tutti che ero sua moglie e mi ha chiuso in una stanza in casa sua. Non potevo uscire se non accompagnata, non potevo parlare. Ha abusato di me per quattro lunghi mesi. Un giorno mi ha ordinato di vestirmi e di uscire con lui. Voleva portarmi in un’altra casa, nel quartiere di Soba. Sulla strada ho incontrato tre donne che parlavano la mia lingua. Ho chiesto loro aiuto e mi hanno aiutata a fuggire. Ora spero solo che quel soldato renda conto alla giustizia. E con lui tutti i militari dell’esercito e miliziani che distruggono le nostre case, uccidono le nostre famiglie e ci violentano per interi giorni”.
“I miliziani della janjaweed sono arrivati a dorso di cavallo e hanno fatto una strage”, racconta una ragazza di 13 anni al quotidiano britannico Sunday Telegraph. “Due di loro mi hanno legata ad un albero e mi hanno violentata tutta la notte. Ero così scossa che ho perso i sensi. Credendomi morta, sono andati via. Eppure ci sono tante altre ragazze che fanno la mia fine, da queste parti. I soldati le portano in un campo, dove se le spartiscono tra di loro. Spesso capita che più uomini violentino la stessa donna nel giro di poche ore. Ho visto tante donne e bambine uscire dal luogo strisciando. Non riuscivano più nemmeno a camminare”.
Miliziani legati all’esercito governativo che girano i villaggi in cerca di giovani ragazze da rapire e violentare. Decine di testimonianze che raccontano nei dettagli il modo in cui avvengono gli stupri. E il nome di un lager delle violenze carnali – Funu - nascosto dalla sabbia e dal vento di cui è fatto il Darfur. Ancora una volta, il governo filo-arabo del presidente Omar al-Bashir deve difendersi dalle accuse mossegli contro da giornalisti, operatori umanitari e osservatori locali e internazionali che, dopo mesi di ricerche, indagini e rivelazioni, ritengono di aver raccolto abbastanza prove per parlare di genocidio e pulizia etnica ai danni delle popolazioni nere che vi abitano. Un’accusa che prende corpo e sostanza dal numero di morti – almeno 10mila nell’ultimo anno e mezzo – di cui si ha notizia di tanto in tanto sulle pagine di alcuni giornali stranieri (quelli italiani non ne parlano affatto).
Si stima che almeno 130mila persone appartenenti alle popolazioni fur, zaghawa e massalit abbiano attraversato il confine con il Ciad per sfuggire agli attacchi dei predoni arabi della janjaweed. Questi ultimi sarebbero la lunga mano con cui Khartoum tenta di imporre il proprio controllo sulla zona scontrandosi con i ribelli del Sudanese Liberation Movement (Slm) e del Justice and Equality Movement (Jem). Le continue incursioni mortali della janjaweed hanno lasciato un milione di sfollati, la maggior parte dei quali sono ammassati in diversi campi di accoglienza sparsi per il territorio sudanese. Pochi giorni fa, il governo centrale e i ribelli del Sudanese People’s Liberation Army/Movement (Spla/m) hanno firmato a Navaisha, in Kenya, uno storico accordo di pace dopo cinquant’anni di guerra. Ma dal Darfur continuano ad arrivare – seppur con il contagocce – notizie di bombardamenti sulla popolazione civile. Che, aggiunte alle accuse di stupri di massa, gettano nuove ombre sulla effettiva disponibilità del governo sudanese a cercare la pace nelle regioni al confine con il Ciad.
Nonostante gli appelli del Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, e quelli più recenti dei capi di stato riunitisi per il G8, Khartoum ha sempre smentito le accuse di genocidio, definendole esagerazioni e strumentalizzazioni dell’Occidente. Secondo i portavoce del governo sudanese non esiste alcun legame tra Khartoum e gli uomini della janjaweed, ritenuti semplici predoni di qualche gruppo ribelle su cui il presidente al-Bashir non ha nessun controllo. Ma le testimonianze provenienti dalle giovani ragazze violentate, dalle famiglie ammassate nei campi profughi del Ciad e dagli sfollati che vivono nelle periferie di Nyala, Khartoum e Wau danno sempre gli stessi indizi: gli assassini indossano uniformi dell’esercito regolare sudanese, si muovono con elicotteri appartenenti all’esercito sudanese e uccidono con armi dell’esercito sudanese.
Pablo Trincia
http://it.peacereporter.net

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6 settembre 2008 | 10:31
«Racconto il mio stupro perché serva a qualcosa»
La scioccante storia di Anna, faentina, violentata in un villaggio vacanze. La ragazza viene sopraffatta al rientro nella propria stanza da un uomo incappucciato. Al mostruoso trauma iniziale subentrano interminabili difficoltà psicologiche: dall'incapacità di denunciare l'abuso, ai problemi col fidanzato.


Estate 2008. Il sogno inizia. L’aereo decolla. Destinazione: una splendida località turistica della Spagna. Arrivo: un villaggio, sole, mare e divertimento.
Un ragazzo e una ragazza. Giovani, felici, innamorati. Lei frequenta l’università, lui lavora. Una coppia come tante. Lei ha fatto la commessa fino al giorno prima della partenza per racimolare qualche euro e potersi permettere le ferie all’estero.
Ma nel bel mezzo della vacanza succede qualcosa.
Il sole per la giovane coppia si oscura, si eclissa, lascia spazio alla più fitta delle ombre.
La violenza. Anna (il nome è di fantasia) subisce una violenza carnale. Uno stupro.
Le sicurezze crollano, le certezze si sgretolano.
Riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di capire come sia potuto succedere. Grazie ad Anna che ha voglia di raccontare. E lo fa velocemente, quasi senza prendere fiato per esorcizzare quell’episodio come se assieme alle parole, potesse espellere anche il ricordo e ricominciare a vivere, magari aiutando altre donne nella sua stessa situazione a non ripetere quelli che lei sente come errori.
L’ARRIVO
«Avevo paura di volare anche se non era la prima volta, ma avevo così voglia di partire che ho represso ogni timore. L’aeroporto era gremito di persone. Io stringevo la mano di Andrea ed ero felice. Era la nostra prima vacanza da quando abitiamo insieme. Da quando quell’unione così ostacolata da molti si può chiamare famiglia.
Il volo è scivolato via più velocemente di quanto immaginassi. Mi sono persino addormentata. E ho sognato di avere un bambino.
Arriviamo nel villaggio. E’ stupendo. E’ la stessa immagine del catalogo che mi aveva mostrato la ragazza dell’agenzia viaggi a Faenza. Ma ora è reale. Davanti ai miei occhi. Sono felice come una bambina».
QUELLA MATTINA…
Anna ricorda i primi giorni felici ed accenna un sorriso, le si legge in volto tutto il benessere di quei momenti.
Un sorriso può essere finto. Ma gli occhi no. Quelli non tradiscono mai. Ma quegli stessi occhi si velano di tristezza, di paura e poi di pianto. All’improvviso. Perché la sua vita è cambiata così, di colpo.
«Quella maledetta mattina... se solo non fossi tornata indietro, se fossi rimasta con Andrea. Siamo usciti dal villaggio tenendoci per mano, come sempre. Avevamo davanti un’altra giornata di spiaggia, sole e relax. Quando mi sono ricordata di aver dimenticato il cellulare e la settimana enigmistica sul letto. Dico ad Andrea di andare avanti, che lo raggiungerò presto.
Ma gli ho mentito».
LA PORTA, IL LETTO
«Per giorni non sono più riuscita a dormire. Ricordavo solo la porta del nostro bungalow e il letto su cui il mostro mi ha spinto. Poi sono riaffiorate le immagini, l’odore della sua pelle sulla mia e l’orrore che stavo provando.
Infilo la chiave nella porta ma un corpo mi avviluppa da dietro e prima ancora che possa chiedere alla mia bocca di urlare, sento una mano premuta così forte sulle labbra da togliermi il respiro. Quel corpo mi spinge dentro. Una spinta così forte che mi fa precipitare direttamente sul letto, a faccia in giù. Mi giro di scatto, per guardarlo in faccia. Per tentare di capire. Ma ha il volto coperto da una specie di passamontagna che lascia scoperti soltanto gli occhi.
Cosa vuoi? Non ho soldi, non ho nulla. Vattene. Questo è ciò che sono riuscita a balbettare. Ma lui si avventa su di me, slacciandosi i pantaloni. Allora ripeto. Puoi capirmi? No tengo dinero… Ed è stato in quel momento che mi ha risposto in perfetto italiano. Certo che ti capisco. Ma non voglio i tuoi soldi.
Sei italiano… come puoi farmi questo? Sono state le ultime parole che sono riuscita a sussurrare.
Avevo la gonna. Se avessi avuto i jeans sarebbe stato lo stesso? Tutti mi dicono di si. E’ stato velocissimo. Io mi dimenavo come quel pesce buffo di cui non ricordo mai il nome che avevamo visto al mare il giorno prima. Ma non è servito. Era come se avesse mille braccia. Riusciva contemporaneamente a tenermi le gambe divaricare, le braccia immobilizzate, la bocca chiusa e a spingere tutto se stesso dentro di me. E’ l’ultima spinta, mi ripetevo. Ma quei minuti mi sono sembrati un’eternità. Dalle mie narici non riesco ancora a mandare via l’odore del suo sudore. Faceva caldo. Un caldo da morire. Cosa ci può essere di appagante nel fare l’amore con una donna che non ti vuole, con il passamontagna in testa ed i jeans abbassati solo quanto basta?».
Anna cerca qualcuno che le dia una risposta, ma possiamo solo abbassare lo sguardo e cercare di capire il suo dolore. Perché una risposta non sappiamo dargliela.
IL PAVIMENTO
«Ma poi quell’ultima spinta è arrivata. Finalmente. A quel punto lui si alza e corre via. Con i pantaloni ancora slacciati.
Io sono scivolata sul pavimento. Non riuscivo a stare su quel letto. Ho raccolto le gambe tra le braccia ed ho iniziato a piangere. Non riuscivo ad alzarmi per chiedere aiuto. Perché? Se l’avessi fatto forse l’avrebbero preso. Mi sento in colpa e sono arrabbiata con me stessa per non essere riuscita ad urlare mentre lui devastava il mio corpo e la mia anima.
Sono rimasta sul pavimento non so per quanto tempo. Il mostro aveva lasciato la porta socchiusa. Ma non mi interessava. Quello che potevano rubarmi l’avevano già preso. La porta si è aperta di nuovo. Era Andrea. Mi solleva e mi abbraccia. Ma io mi allontano. Mi chiede cosa sia successo e gli racconto tutto».
LE VISITE
«Andrea mi ha convinto a farmi visitare. Mi ha accompagnato. Ma ho insistito per fare tutto da sola. Sono in fila. Attendo il mio turno. Credo che mi abbiano dato un codice bianco (che indica la minore gravità di trauma, ndr) quindi devo aspettare parecchio. Tocca a me.
Un’infermiera scandisce il mio nome. Ma io scappo via.
Solo il giorno dopo riesco a farmi visitare.
Consultorio di Imola. Non ho scelto quello di Faenza perché ho paura di incontrare qualcuno che mi conosca. E’ il mio turno per parlare con lo psicologo. Mi chiamano. Scappo via di nuovo».
IO E ANDREA ADESSO
«Andrea si arrabbia. Dice che devo affrontare le mie paure per riuscire a dimenticare.
Questa è la terza volta che discutiamo in tre giorni.
Non riesco più a passeggiare nei vicoli della mia città. Allungo la strada pur di rimanere sui corsi principali. Anche di giorno. La sera non esco. Andrea grida ma so che lo fa per scuotermi. Perché da allora mi è sempre stato accanto con dolcezza ma non è servito. Anzi. A volte le sue premure mi infastidiscono e non capisco perché. A volte se mi abbraccia mi ritraggo in modo quasi automatico. E da quel maledetto 13 agosto non riesco più a fare l’amore con lui».
PERCHE’ LO RACCONTO
«Non vuoi parlare con uno psicologo ma preferisci che la tua storia venga stampata sul giornale? Mia madre è stata la prima a rivolgermi questa domanda. Poi è stata la volta di mio padre e di Andrea. Ma i miei perché sono tanti.
Voglio farlo perché gli uomini che lo leggeranno si chiedano se ne valga la pena - per pochi minuti di godimento - devastare in questo modo l’esistenza di un’altra persona. E perché le donne a cui è successo capiscano che non sono le sole ad averlo subìto. Quel giorno non sono riuscita ad urlare, né a denunciare. Ora vorrei che la mia voce potesse servire a qualcuno».
Tratto da "sette sere" di venerdì 12 settembre 2008
Alice Lombardi
http://www.sabatoseraonline.it


WOMEN
Sono forti le donne
hanno coraggio
con la bocca piena di spine
sorridono
e spianano con il canto
le mine
sul cammino di tutti
guardano lontano
e non dimenticano
offrono il loro ventre
ogni giorno
perchè anche tu
possa nascere
e non si spezzano
non piangono
non cedono
anche quando sembrano vinte
vanno avanti
Sono forti le donne
cosi forti da averne paura
Civetta


Cosa ci può essere di appagante nel fare l’amore con una donna che non ti vuole, con il passamontagna in testa ed i jeans abbassati solo quanto basta?»




[ Editato ]

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Il coraggio non è la mancanza di paura, ma la padronanza di essa - Anonimo

"Otterrai qualunque cosa tu desideri se lo desideri con amore." (Richard Bach)

La verità...alcuni la inseguono, pochi la raggiungono...tutti gli altri la evitano"(Civetta)


"Tra la mente che crea e le mani che costruiscono ci deve essere qualcosa.
E' il cuore che deve unire le due cose"

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