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Su vetri eterei
ammirabili geometrie della memoria
replicano la loro immagine vera
recante nell'irreale doppio
L'anima simile a dèi.
Sei l'attesa
che torna quasi in segreto
a trasformare l'assoluto.
Oltrepasso i tuoi occhi
sazi di luoghi e di nomi
che si ripetono
e si cercano
per traversare
il labirinto che sei.
Monna Lisa
Quando Ludwig attaccò il pianissimo del secondo movimento si inginocchiò
quasi davanti al pianoforte. Così facendo urtò un candeliere che cadde
rumorosamente a terra. Pensò che fosse strano il non sentire il rumore
del pesante oggetto d'ottone sulle tavole del palco. Con la coda dell'occhio
vide un ragazzino che, correndo, ripose il candeliere e riaccese le
candele. Non era la prima volta che aveva quei "vuoti" ma questo era
stato totale. Non sentì neanche il pubblico che ridacchiava ma lo
avvertì distintamente nelle vibrazioni che gli percotevano la schiena
ingobbita. Guardò con stizza il candeliere. Era lui la causa di tutto
e, scostandosi i capelli resi ancora più irsuti e ribelli dal nervosismo,
guardò con un cenno altero Schuppanzig, il direttore. Suonò e Dio
solo sa cosa suonò. Si rese conto della follia della scena dai volti
pallidi dei primi violini che fissavano disperatamente il Direttore.
Non uno guardò lui. Fu spaventoso. Lo riportarono a casa in preda
alla disperazione più nera. Pianse, quella notte e altre notti ancora
e neanche la sua dolce Dorotea-Cecilia ebbe l'ardire di presentarsi
da lui. Egli l'aspettava ma, in cuor suo, sapeva che l'avrebbe maltrattata
e questo gli faceva ancor più male della sordità. Per la casa poteva
aggirarsi, come un'apparizione, il solo Schindler che, ogni tanto,
gli faceva trovare un tozzo di pane e un po' di minestra. Sì, proprio
nel periodo di composizione del Concerto N° 4 per pianoforte, Beethoven
vide acutizzarsi la sordità che diverrà totale. Meravigliamoci, ancora
una volta, della splendida musica che il musicista scrisse in quelle
condizioni psicologiche. Il concerto, nella tonalità di Sol Maggiore
- ricordatelo perché nel finale accadrà qualcosa di straordinario
- si apre con un tema esposto dal solista che sembra voler intonare
un corale a pieni quanto dolci accordi. Presto, però, il corale si
scioglie in una melodia che invita l'orchestra a far sentire la sua
voce. Tutto il primo Tempo è un dolcissimo, affranto, malinconico
e misterioso dialogo tra l'uomo, solo, e gli altri strumenti. Ecco
che compare una marcia ma non trionfale, no! Piuttosto un voler innalzare
il cuore verso lidi più sereni. Solo che la tonalità della marcia
è minore - dal punto di vista psico-acustico, il tono minore ha una
valenza melanconica se non tragica. L'intreccio melodico diventa così
raffinato nella strumentazione, nella conduzione dei vari strumenti
e dei piani sonori che l'ombra del grande "rivale", amico, Mozart
sembra alitare. Ormai Ludwig sa che non deve più temere dal grande
salisburghese, anzi, da ora in poi si tenderanno le mani. Con una
piccola impennata di tutta l'orchestra si giunge al momento della
"Cadenza". Tradizionalmente, in questo luogo senza tempo e spazio,
il "virtuoso" poteva mostrare la sua bravura improvvisando. Diventava,
la Cadenza, appunto, il luogo dello sfoggio di un inutile quanto strabiliante
brillantezza meccanica. Ma, in questo Concerto, Beethoven non lo permise
e scrisse egli stesso una cadenza che è un capolavoro, sì di virtuosismo
ma dell'anima. Il tema compie un cammino lunghissimo per i sentieri
meno conosciuti e - nonostante la relativa brevità - sembra perdersi
schubertianamente in immensi prati melodici. L'orchestra conclude
timorosa ma con perentorità questo primo pezzo. Il secondo Movimento,
che mi ha ispirato l'idea per il titolo dell'opinione, è davvero l'incarnazione
del canto di Orfeo e dei suoni terribili degli Inferi. Ho ascoltato
questo movimento migliaia di volte e devo dire che l'unico che riesce
a dare al pianoforte un'altra voce, un altro suono, delicato ma fermo,
incantato e sincero è stato Backhaus. Ricordo ancora le mie membra
immobili ad ascoltare ciò che somigliava più alla voce di un angelo
che ad uno strumento che percuote le corde. L'orchestra suona rabbiosamente,
risponde adirata, con una melodia sempre insistente. Tutti gli strumenti
le stesse note. Essa fa corpo a se, dura, monolitica finché un trillo
del pianoforte con una scala discendente e un salto verso l'acuto
sembra spostarci di cento anni in avanti. Ma sì, Ravel! E il pianoforte
insiste in questa atmosfera. Sembra aver capito che le suppliche non
hanno esito e tenta l'effetto incantatorio. Tanto lo raggiunge che
il Terzo movimento, in modo inopinato, inusuale, come sotto l'effetto
di un incatesimo, inizia in Do maggiore! Un'altra tonalità rispetto
all'impianto di tutta la composizione! Cosa mai tentata prima se non
da Haydn però con intenti comici. Ludwig aveva già sperimentato questa
meraviglia in uno dei Quartetti per archi dell'opera 59. Qui il risultato
è, se possibile, ancora più efficace: il tema gioviale ma ritmicamente
fratto del pianoforte viene accompagnato dal Primo violoncello solo.
Impasto sonoro assolutamente nuovo che darà al discorso seguente un
colore cavalleresco, ardente e intrepido. Formalmente si tratta, nel
complesso, di un Rondò. Cioè, ad un tema sempre uguale (variato quel
poco che evita la monotonia) si contrappongono temi diversi. Si potrebbe
simbolizzare questa architettura sonora così: A - B - A - C - A -
D - A ecc. Questo solo all'apparenza perché il genio beethoveniano
rifiuta una schematizzazione così asciutta. La solarità nordica, perdonate
l'ossimoro, è così evidente che lo schema perde la sua secchezza e,
come le varie sezioni di un edificio ben costruito, non si vedono,
sentono, le giunture. Quando il Concerto termina si ha la netta impressione
di aver ascoltato un miracolo. Devo aggiungere, a costo di essere
prolisso, che ogni melodia, ogni piccola fibra musicale scaturisce
dalla mistica marcia che si ascolta nel tempo iniziale. Sembra proprio
lei il cuore musicale dell'intero capolavoro. Interpreti degni di
questo Concerto...pochi. Il già citato Backhaus, forse Kempff...come
vedete, pianisti d'altri tempi le cui registrazioni sono preziose
come l'oro. Non sono un passatista ma non amo la penultima generazione
di pianisti: Pogorelich, per intenderci. Non suonano, battono la musica
e sembrano avere fra le dita tamburi, nacchere, tamburelli e timpani.
Tutti strumenti che non hanno nulla a che vedere con l'opera di cui
sto parlando. Se fosse possibile, per comperare un CD del Quarto Concerto,
bisognerebbe ascoltarne il secondo movimento, anche solo per trenta
secondi. Se avvertite l'incanto, il tremore dell'anima, della vostra,
all'unisono con quella dell'interprete allora è quello il CD...
In questo caso si tratta di un contributo
di una poetessa. Perfino scontato il rapporto tra poesia e musica ma
per CECILIA (nome d'arte) non lo è. Questo aforisma lo dimostrerà:
"Per non sconfiggere la morte basta cantarla..."
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