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Ciao, piccolo miet.
Ciao mirrors
Ciao, mechanicus
Qui la butta che dio la manda
E ciao a super mario
Viva tetris, allora.
Certo che Tetris è sovietico! Anche un po' stachanovista, secondo me. Guarda qua: LINK
...anche a te
Riapparsa Rosella...
Ti saluto con un good morning
Ma davvero tetris è sovietico?
Scappata...
Ciao, Rosella
'rno evulon!
Ciao mir, buona serata, io gioco a Tetris perché è sovietico
Buon pomeriggio a tutti
Ciao, piccolo miet
O qualche altro gioco?
C'è qualcuno che ha fatto il cruciverba?
Ci sono...ci sono...
A Beethoven e Sinatra preferisci l'insalata?
A Vivaldi l'uva passa, che ti dà più calorie?
Ma sì, meglio il cagnolino.
Addio
Questa è una chicca da vedere subito: LINK
Ehilà, evuloniani!!!
Buona serata
Anche a me. Non ci sto mai neanch'io. Se ci vado è solo per rispondere a qualche invito ai concerti
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La stanza della duchessa
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piccolo mietitore Thursday 23 February 2012
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La notte del 7 gennaio 1463, a Parigi, un uomo percorreva a grandi passi la rue Saint-Jacques deserta, diretto verso la Senna.
Era magro e allampanato, piuttosto malmesso, e camminava di furia sia per evitare il congelamento, sia per paura di incontrare le guardie, giacché l'ora del coprifuoco era suonata da un pezzo. Portava una voluminosa borsa e, in più, teneva sotto il braccio un fardello malamente avvolto in un panno.
Giunto nei pressi del Petit Pont, si fermò sotto una finestra, raccolse della ghiaia e la gettò contro i battenti. Poi chiamò con voce smorzata: "Margot! Aprimi!"
All'interno una candela si accese. L'uscio si aprì e una voce femminile mormorò: "Villon? Sei tu?"
"No, sono il re d'Inghilterra. Sei sola?"
"Sì. Stanotte non ho clienti", rispose la giovane.
"Allora dai, fammi entrare, o domattina uscendo mi troverai qui stecchito come un'aringa!"
"Grazie al cielo! Allora ti hanno scarcerato", disse Margot, guidando il suo amico su per la scala del modesto alloggio.
"Già" disse lui, "la Suprema Corte ha accolto il mio appello. Per stavolta non finirò sulla forca. Però..."
Si interruppe, osservando con aria incerta Margot la quale, nel frattempo, si era seduta sul bordo del letto a due piazze che occupava quasi interamente la stanza.
"Come, per stavolta?" disse la ragazza. "In che altri guai ti vorresti cacciare? Siediti invece, e fammi vedere cosa c'è nel fagotto che hai portato. Un regalo per me, vero?"
François si accomodò accanto a Margot e srotolò il panno, che conteneva un paio di eleganti sandali di pelle dal tacco alto.
"Dove li hai comprati?" disse lei, sorridendo deliziata.
"Sono scarpe italiane" disse lui. "Erano sulla bancarella di un mercante lombardo, alle Halles. Non è che le ho proprio comprate. Appena le ho viste, mi sono detto: queste sono per la mia Margot! Allora mi sono avvicinato di soppiatto e..."
La donna lo zittì con un bacio. Poi spense la candela.
Intanto, fuori, iniziava a nevicare.
Quando François si svegliò (era mattina inoltrata), per prima cosa vide Margot che, avendo aperto la borsa di lui, stava leggendo i suoi manoscritti.
"Non pensavo che sapessi leggere, mia cara", disse.
"Certo, mio caro", disse lei, facendogli il verso. "Noialtre sappiamo fare tutto, sai? Guarda!"
A questo punto Margot scese dal letto, recuperò da un angolo un liuto, poi si sedette di nuovo e, accompagnandosi con lo strumento, si mise a cantare una melodia malinconica:
"Saige Cassandre, bele Echo,
Digne Judich, caste Lucresse,
Je vous congnois, noble Dido,
A ma seule dame et maistresse".
Poi guardò François con espressione interrogativa.
Lui, incantato, sorrideva senza parlare.
"Carina questa poesia", disse Margot. "A chi l'hai dedicata?"
Villon si riscosse. "E' una stanza della ballata che scrissi cinque anni fa per la Duchessa d'Orléans. Ma ora è tua".
"Allora è deciso! Io la Duchessa, tu il Duca, e questo sarà il nostro castello!"
"Margot, c'è una cosa che ti devo dire. I giudici hanno annullato la mia condanna a morte, è vero. Però mi hanno bandito da Parigi".
Margot si avvicinò alla finestra e guardò fuori. Vide confusamente una coltre di neve alta due spanne. Disse: "Per quanto tempo?"
"Dieci anni. Devo lasciare la città entro oggi".
"Sciocco! Dovevi proprio farti coinvolgere in una rissa?"
"Non è stata colpa mia, Margot. Ero con Robin Dogis e altri due amici. Era dopo cena, avevamo bevuto, siamo passati davanti alla finestra di quel notaio e quando abbiamo visto che, dentro, gli scrivani stavano ancora lavorando, li abbiamo sfottuti. Loro non hanno gradito lo scherzo, sono usciti ed è scoppiata la zuffa. Ma non ho picchiato nessuno, te lo giuro!"
"Certo. Intanto Robin Dogis ne è uscito pulito; a te invece hanno appioppato la condanna all'impiccagione".
"Perché avevo dei precedenti, lo sai".
"Dì pure che i tuoi amici avevano gli appoggi giusti, e tanto denaro, François".
Villon sospirò. "E' vero. Io invece non ho niente di tutto questo. La mia laurea alla Sorbona, senza una rendita né un patrimonio né una famiglia benestante dietro le spalle, non vale un fico secco. Così vanno le cose, a Parigi: qui comandano gli usurai, gli sfruttatori, i prepotenti e i corrotti! Me ne andrei volentieri, se non fosse..."
Margot si volse e, guardando François dritto negli occhi, disse: "Vengo con te".
Lui scese dal letto. Raggiunse Margot, che era in piedi davanti alla finestra. C'era il sole, e il riverbero illuminava i capelli di lei. Sempre guardandola negli occhi, François prese fra le sue le mani di Margot.
"Andremo in Italia", disse François. "Laggiù ci sono città accoglienti, rette da leggi giuste, dove governanti generosi e onesti amano avvalersi dei più grandi ingegni e dei migliori talenti. L'arte, la poesia, la musica, sono onorate e apprezzate. Quello è il posto per noi! Potremmo andare a Firenze da Cosimo de' Medici, oppure a Napoli, da re Ferdinando. Oppure nel Ducato di Milano, da Francesco Sforza: mi hanno detto che lì si vive bene. Partiamo adesso!"
"Sì. E quando questa neve si sarà sciolta, noi saremo già lontano", disse Margot.
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